25.4.15

Il respiro di un tramonto

Pose la mano sul piccolo cancello di legno che dava sul vialetto. Di fronte a lui la porta, una di quelle blindate. In quel periodo il quartiere veniva preso d'assalto da bande di ladri, rapide scorribande notturne che svuotavano intere villette.
Così, suo padre pensò bene di rinforzare la serratura e rendere il tutto molto più sicuro.
Il pensiero che degli sconosciuti potessero piombare in casa nel pieno della notte gli fece drizzare i peli delle braccia. Se le accarezzò, e i peli si ammorbidirono posandosi sulla bianca pelle.
In quel periodo si stava esercitando a rimanere al buio il più possibile, ma fu costretto ad interrompere gli allenamenti, con i criminali che scorrazzavano nel quartiere, il rischio si era fatto troppo alto.
Il sole rosso si era ormai spento dietro la collina. Anche se: "Non è corretto dietro la collina, perchè dietro la collina ci sarà  sicuramente qualcuno che vede spegnere il sole dietro ad un monte; e anche questo è errato, perchè oltre il monte ci sarà qualcun'altro che ammira spegnere il sole in altro modo."
Questo è ciò che pensò con la mano appoggiata alla screpolatura del legno del suo cancello, della sua casa, nella sua via, della sua città, ed in quel momento il suo tramonto era dietro la collina, ad ovest. Perchè se c'è qualcosa che accomuna i tramonti di ognuno è la direzione dello sguardo mentre si esauriscono.

Quella sera trovò il letto un posto più sicuro. Bé, c'era la porta blindata a proteggerlo, anche se una banda di ladri professionisti sarebbe potuta entrare in qualsiasi modo, magari dal tetto, per poi calarsi sul suo davanzale, scassinare la serratura della finestra, che effettivamente era piuttosto vecchiotta, e ritrovarsi dinanzi a lui.
Si alzò di scatto. Diede uno strattone alla serratura, la osservò: senza un trapano non avrebbe avuto senso metterci mano. Era tardi. Suo padre dormiva, e nella camera a fianco anche sua sorella dormiva. Era sempre l'ultimo a coricarsi. Stava sveglio, pensava, capitava non facesse nulla, ma il più delle volte pensava.
Il suo letto era semplice: una piazza e mezza, quattro gambe di acciaio, una rete a doghe di quelle certificate, un materasso double face (invernale di lana merino, estivo di puro cotone), ed un completo di lenzuola bordeaux, ma quello cambiava ogni settimana, il resto invece no. Tutto rigorosamente anallergico. 
Gli acari della polvere sono invisibili ad occhio nudo, ma a miliardi si infilano nelle narici e negli occhi provocando fastidiosi starnuti.
Camera sua non era polverosa, passava lo straccio inumidito due volte a settimana, ma appunto, gli acari sono invisibili, mica è possibile toglierli tutti. 
Stabilì che quella notte nessun ladro sarebbe entrato dalla finestra, mise gli occhiali nella custodia, appoggiandola sul comodino, e si sdraiò. Il cuscino lo accolse, ma non troppo.
Sul soffitto bianco candido la sveglia proiettava l'ora in un rosso vivo.
Era solito ascoltare musica prima di addormentarsi, ma non avrebbe sentito l'arrivo dei ladri, e si sarebbe trovato spiazzato.

Strofinò con il dorso della mani gli occhi appiccicosi, era mattina. Non dormiva mai più di sei/sette ore.
Inforcò gli occhiali, stiracchiò le dita dei piedi e camminò sul parquet in rovere di camera sua. Amava la sensazione del legno sotto i piedi ed era solito camminare scalzo anche durante l'inverno, certo, con il rischio di prendersi il raffreddore, ma era piena estate e questa preoccupazione non occupò i suoi pensieri per più di qualche secondo. 
Contò i passi che separavano la camera dalle tortuose scale a chiocciola che portavano al piano inferiore. Diciannove. Un corridoio lungo, considerando che l'ampiezza del suo passo era di sessantasette centimetri. 
Secondo uno studio statistico un uomo alto 165.587 cm ha una lunghezza del passo media di 61.175, dunque era alto almeno una spanna in più, insomma, intorno al metro e settantacinque.
Scese le scale. 
Il salotto era bianco, tutto. Solo il divano in pelle trattata in Italia era di un colore sporco. Solo il colore era sporco, non il divano. La libreria era il suo mobile preferito, una miriade di coriandoli racchiusi da una cornice di mogano nero.
Suo padre era già uscito per lavoro e sua sorella sarebbe rimasta a letto fino a tarda mattinata. Il silenzio ampliava ancora di più lo spazio.
Lo attraversò per recarsi nel bagno principale. Ne possedeva uno personale, a dodici passi dal letto, ma è da quello principale che sgorgava l'acqua più fresca, da lì riempiva persino la brocca per il pranzo. Solo per il pranzo. Durante la cena beveva acqua imbottigliata, a cena era sempre presente suo padre.
Sullo specchio sopra il lavandino trovò un biglietto, uno di quelli gialli con la colla su di un lato. 
"Tanti auguri figliolo, è un giorno speciale per te." 
Lo rilesse tre volte per realizzare che era indirizzato a lui. E altrettante per ricordarsi che quello era il giorno del suo compleanno. 
Se n'era dimenticato, come sempre. Non riusciva a dare importanza ad una sciocchezza simile. Tutti i giorni sono identici, ventiquattro ore. E' ciò che facciamo e con che intensità viviamo che fa sì che ci sembrino durare secoli, piuttosto che pochi istanti. "Un'ora non è solo un'ora, è un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti, di climi." Lo aveva letto su un vecchio libro di filosofia, e da allora pensava fosse fottutamente veritiero. 
Ricordava i compleanni passati soltanto come interminabili giornate trascorse a rispondere a parenti lontani che telefonavano per augurargli un felice compleanno. 
Con il tempo decise di tenerne sempre meno conto, fino a dimenticarsi di quella data ed equiparare il 13 Agosto ai restanti 364 giorni dell'anno. 
Si sciacquò il viso con l'acqua più fresca della casa, levò la maglia del pigiama, rinfrescò ascelle e torace, poi si rivestì, lasciando il post-it dove lo aveva trovato.
Non c'era bisogno di staccarlo e di osservarlo ulteriormente per capire che la grafia era quella di suo padre. E che la frase era la stessa usata l'anno prima, forse lo era persino il biglietto, ma non ci volle pensare.

Compì diciassette anni nel silenzio e nel bianco di quel momento. Poi trascorse la giornata come se il 13 Agosto fosse il 12 o il 14, ossia come aveva vissuto il giorno prima o come lo avrebbe fatto il giorno dopo. Certo, gli toccò rispondere alle varie telefonate di parenti anonimi che puntualmente risorgevano nel giorno del suo compleanno, a Pasqua e alla Vigilia di Natale, ma se la cavò ripetendo grazie, grazie, grazie, grazie.
Era disteso sul letto a leggere, quando sentì suo padre rientrare, guardò l'orologio, erano le 18.45.
"Simone Latana, scenda per piacere!", urlò il padre dopo aver appoggiato la ventiquattrore a terra.
Odiava quando lo chiamavano Per-Nome-E-Cognome, e suo padre era solito farlo.
Simone. Suo nonno si chiamava Simone, era un imprenditore divenuto ricco grazie alla produzione e alla vendita di divani in pelle. "Pelle pregiata, un formidabile prodotto Made in Italy, ricco di qualità, raffinatezze e chi più ne ha, più ne metta...", un ritornello che sentiva ripetere dalla nascita.

Latana. Si legge come se fossero due parole separate -La-Tana-, dunque sarebbe meglio scrivere Latàna, ma nessuno lo faceva mai, quindi tutti leggevano Latana, come se fosse Satana, ma con la "L".
Appoggiò il libro al materasso, fece un lungo sospiro e scese. 
Ad aspettarlo, seduto sulla poltrona in pelle vicino al divano sporco (il colore), Walter Latana. 
Walter, padre di Simone, figlio a sua volta di Simone Latana.
Simone varcò l'ingresso ad arco appena dopo l'ultimo gradino della scala a chiocciola. 

Suo padre allentò il nodo della cravatta, sbottonò i polsini della camicia color ghiaccio e rimboccò le maniche fino al gomito. 
<< Auguri >>,  bisbigliò.
<<Grazie>> rispose appoggiato alla parete bianca.
Walter si alzò emettendo dei versi. Lo faceva ogni sera, più e più volte, Simone pensava fosse una dimostrazione plateale della sua stanchezza, come se gli si dovesse qualcosa in cambio. 
E' vero, lavorava molto e lo manteneva, ma da lì a poco non gli sarebbe più interessato, e poi lui quando si sentiva stanco non faceva certo rumori del genere, men che meno in presenza di altre persone. 
Era un uomo alto, almeno un metro e ottantacinque, forte e robusto. In gioventù giocò a pallacanestro riscuotendo notevole successo nelle squadre locali. In viso gli occhi sorgevano da due incavi profondi, la fronte era alta e i capelli crescevano oramai brizzolati.
Le spalle erano larghe quanto un'anta dell'armadio di camera sua, ed era un armadio stagionale. Precisamente in legno massello decorato a mano. 

Si avvicinò a Simone e appoggiandogli la mano sulla testa disse: 
<<Allora? Passato bene oggi?>>
Annuì.
Poi mosse la mano e gli spettinò i capelli. Simone scattò, odiava quel gesto. E' da  maleducati, nessuno proverebbe piacere a riceverlo. 
Infine suo padre allargò le braccia, Simone gli andò incontro e i due si abbracciarono. 
O meglio, si avvicinarono fino ad avere un contatto e strinsero le braccia, quasi meccanicamente.
Simone stava già sgattaiolando in camera, quando sentì suo padre urlare:
<<Céline dov'è?>>
<<Su in camera>>, rispose. 
<<Céline Latana, scenda per piacere!>>
Seguì uno sbattere di porta, uno sbuffo e rumori di passi. 
I due fratelli si incontrarono a metà corridoio. Céline era in pigiama, ossia mutande e reggiseno, e se non doveva uscire con le amiche, quello rimaneva il suo abbigliamento giornaliero. Aveva un anno in più di Simone, ed era una bella ragazza, a volte ne era attratto, ma pensava che essere attratti dalla propria sorella fosse sbagliato, persino perverso. 
Di certo non era così, semplicemente era affascinato dal suo modo di comportarsi. Camminava lasciando dietro di sé una scia palpabile di qualcosa. I capelli vaporosi e ricci, le lentiggini sulle guance, un buon seno, un sedere delicato e due occhi di un blu marino. Negli occhi delle persone ci puoi vedere un'infinità di cose, in quelli di Céline c'erano le onde, la schiuma ed il mare nella sua immensità. Céline non sorrideva quasi mai. 
Uno scambio di sguardi repentino, si conoscevano alla perfezione. Simone ormai comunicava telepaticamente con la sorella, ed in quel caso le trasferì lo stato d'animo del padre. L'esito delle serate dipendeva spesso dal suo umore. 
Céline, che conosceva suo fratello, non gli augurò il buon compleanno, a metà pomeriggio, disse semplicemente "buongiorno", senza nemmeno guardarlo negli occhi. Simone le rispose sorridendole. 
Tornò in camera contando i passi che la dividono dalle tortuose scale a chiocciola. Sempre diciannove. 
Appena sopra il semplice letto, c'erano lunghi scaffali ricoperti di libri. Il novanta per cento di questi riguardavano letteratura, teatro, storia e geografia, ma non mancavano i Grandi Classici e manuali scientifici. Gran parte dell'estate la trascorse a catalogarli, aveva chiesto consiglio su come operare al responsabile della biblioteca di quartiere.
Simone si fermò ad ammirare la sua collezione, spesso saliva sul letto per raggiungere le mensole più alte e faceva scorrere le dita sul dorso dei libri. 

Si immaginava di essere un marinaio su un veliero in preda ad una burrasca, fiotti d'acqua, schizzi che gli inzuppano i vestiti malconci, lampi e fulmini a rischiarare il nero della notte, la speranza ammutinata, il fisico distrutto, rimane solo la preghiera. E poi la calma, quella che viene solo dopo la tempesta, il mare che si confonde con il cielo, l'orizzonte ed una falce di luna calante. La calma, troppa calma che non riesce a gonfiare le vele, il sole cocente a bruciare la pelle, la speranza ammutinata, rimane solo la preghiera, o soffiare nelle vele.
Immaginava situazioni distanti da lui, o forse estremamente vicine, poi si lasciava cadere sul materasso e riapriva gli occhi. 
I ladri in quella giornata avrebbero potuto rubare qualsiasi cosa, ma non il suo respiro.



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